Delirium
Delirium
… really I don’t like human nature unless all candied over with art. Virginia Woolf, The Diary, Vol. 4  (via wavingtovirginia)

(Source: casualboundaries, via wavingtovirginia)

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Arriva il momento in cui i tuoi sbocchi sono otturati, come con della cera. Sei seduta in camera tua e senti nel corpo un dolore pungente che stringe la gola e si consolida pericolosamente nei piccoli sacchi lacrimali dietro gli occhi. Una parola, un gesto, e tutto quel che tieni dentro - risentimenti imputriditi, gelosie in cancrena, desideri superflui inappagati – scoppierà in rabbiose lacrime impotenti, in singhiozzi imbarazzati e piagnistei senza un preciso destinatario. Non ci saranno braccia ad avvolgerti, nessuna voce ti dirà: ‘Su, su. Fatti un bel sonno e non pensarci.’ No, nella tua nuova e orribile indipendenza avverti un pericoloso dolore premonitore, provocato dalla mancanza di sonno e dai nervi tesi come corde di violino, e la sensazione che stavolta le carte siano state pesantemente truccate per farti perdere, ancor prima di venir distribuite. Ti serve uno sbocco e sono tutti ermeticamente chiusi. Vivi giorno e notte nella buia, ristretta visione che ti sei costruita con le tue mani. E così ecco il giorno in cui senti che esploderai, ti spezzerai in due, se non potrai liberare la grande riserva che ti ribolle dentro e che fuoriesce da qualche fessura nella diga. Sylvia Plath, Diari
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Ho paura. Non ho consistenza, sono vuota. Dietro gli occhi sento una caverna pietrificata, inerte, un abisso infernale, un nulla che scimmiotta. Non ho mai pensato. Non ho mai scritto, mai sofferto. Voglio uccidermi, sfuggire alle mie responsabilità, strisciare di nuovo nell’utero. Non so chi sono, né dove sto andando - e proprio a me tocca rispondere a queste terrificanti domande. Anelo a una nobile scappatoia dalla libertà - sono debole e stanca, mi ribello alla forte, costruttiva fede umanitaria che presuppone un intelletto e una volontà sani e produttivi. Non c’è posto dove andare - non a casa, dove starei a lamentarmi e a piangere in modo grottesco aggrappata alle sottane di mia madre, come una sciocca - non dagli uomini, dai quali più che mai mi aspetto ordini severi, definitivi, paterni - non in una chiesa, che è tollerante, libera - no, mi rivolgo stancamente alla dittatura totalitaria, dove sono assolta da ogni responsabilità personale e posso sacrificarmi in uno “sfogo di altruismo” sull’altare della Causa con la “C” maiuscola.
E adesso me ne sto seduta qui, quasi in lacrime, spaventata, a guardare il dito che scrive sulla parete la mia vuota inutilità e mi condanna - Dio, da dove arriverà la forza unificatrice? La mia vita fino ad ora sembra pasticciata, inconcludente, disordinata: ho organizzato male i corsi, ho messo in atto una strategia senza regole uniformi - mi sono esaltata per le mie potenzialità, eppure ne ho tarpate alcune per privilegiarne altre. Sto sprofondando nel negativismo, nell’odio verso me stessa, nel dubbio, nella follia - e non sono nemmeno abbastanza forte da semplificare le cose rifiutando la routine, la ripetizione automatica degli atti. Sylvia Plath, Diari
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